giovedì 27 aprile 2017

LA ROCKSTAR PAZIENTE


Negli ultimi anni ho sviluppato una vera passione per le autobiografie di popstar. Ne leggo di ogni tipo, dalla reginetta del pop anni ’80 al musicista rock di nicchia. Il piacere è sempre alto, i risultati spesso alterni: ci sono testimonianze vibranti e di grande valore (“Just kids” di Patti Smith è bellissimo), resoconti di ottima qualità letteraria (“Girl in a band” di Kim Gordon si avvicina alla prosa di certe narratrici americane contemporanee), esempi di eccessiva autoindulgenza (“I’ll never write my memoirs” di Grace Jones, scritto con Paul Morley, qua e là presenta delle cadute notevoli di tono) e clamorose delusioni (“Porcelain” di Moby rasenta l’imbarazzante). 
Nessuna autobiografia però è paragonabile a quella scritta da Ben Watt, membro insieme alla compagna Tracey Thorn del celebre duo inglese Everything but the girl, noto in Italia soprattutto per il brano “Missing”, di enorme successo radiofonico e commerciale.
Il libro di Watt non assomiglia a nessuna altro memoir di star musicale per il semplice motivo che la sua vicenda è  del tutto atipica e lontana anni luce dagli stereotipi sesso, droga e rock’n’roll che caratterizzano il genere. 
Alla giovane età di 29 anni Watt ha cominciato a sperimentare una serie di difficoltà fisiche, quali affanno, dolori al petto, difficoltà di respirazione, stanchezza continua: non era ancora trentenne e provava i disturbi di un anziano. Questi sintomi dapprima gli hanno reso difficile l’attività professionale (quasi impossibile affrontare un tour in quelle condizioni), poi si sono fatte tanto gravi da impedirgli una vita normale. Visite specialistiche ed esami non indicavano niente di anomalo, ma la situazione continuava a peggiorare, finché un attacco cardiaco l’ha costretto a una corsa al pronto soccorso e al ricovero immediato. Col tempo ha scoperto di soffrire di una sindrome rara, quella di Churg Strauss, che l’ha costretto a una degenza lunga e dolorosa. 
Watt ha raccontato la sua personale odissea nel memoriale intitolato “Un paziente”, nel quale rivela possedere le qualità di un vero narratore: il testo è appassionante e onesto, quasi alla stregua di un romanzo. L’autore non nasconde la rabbia e la frustrazione che la malattia gli procura, ma riesce anche a cogliere motivi di speranza e di ironia nel microcosmo che lo circonda, fra malati, medici, infermiere e familiari in visita. La prospettiva ribaltata di un artista che passa dalle luci del palcoscenico ai freddi neon di una corsia d’ospedale rende ancora più singolare la sua testimonianza. Tra le difficoltà che si trova ad affrontare c’è anche quella di chi, sapendolo un musicista famoso, attribuisce il suo stato di prostrazione alla vita di eccessi tipica delle rockstar. Anche un cugino lo chiama in ospedale per invitarlo con tono condiscendente a mettere la testa a posto e a smetterla con “questo modo di vivere privo di senso”, dando quasi per scontato che se si trova ricoverato è per un abuso di droghe o alcol. Un paradosso che rende la sua condizione di malato ancora più fastidiosa da sopportare. 
Avevo letto il testo all’epoca della sua pubblicazione in inglese e per qualche tempo avevo anche cercato invano di proporne la pubblicazione in Italia agli editori coi quali collaboravo all’epoca. Oggi scopro che finalmente è stato tradotto, grazie a una nuova casa editrice di nome Carbonio. Ne sono davvero felice e mi fa molto piacere segnalarne l’uscita. 
Raccontare la gravità della malattia senza cadere nel patetico o nel tragico è sempre difficile: Ben Watt ce l’ha fatta. 
Time Out l’ha definito addirittura “il miglior libro scritto da una popstar”. Forse non arriverei a tanto, ma è senza dubbio uno dei più meritevoli di essere letto. 

E se l’editore Carbonio volesse proseguire la benemerita opera di divulgazione letteraria della famiglia Watt, mi sentirei di consigliare con totale entusiasmo la traduzione anche della recente autobiografia della compagna di una vita di Ben, Tracey Thorn: “Bedsit disco queen” (più o meno “La regina della musica disco da cameretta”) è un piccolo gioiello, la storia di come una ragazzina timida che canta in casa di nascosto quando i genitori non ci sono perché si vergogna finisce per diventare quasi controvoglia una star del pop. E quando gli U2 offrono a lei e Watt di accompagnarli in una tourné mondiale, lei chiaramente rifiuta. 

In sintesi, gli Everything but the girl sono una coppia felice da oltre trent’anni, sono entrambi musicisti di chiaro talento e grande successo, si sono pure rivelati scrittori notevoli. Forse dovremmo cominciare a odiarli. 



Ben Watt
UN PAZIENTE
Storia vera di una malattia rara
(Traduzione di Nicola Manuppelli)
Carbonio editore

Pagg. 206, Euro 17,50

giovedì 16 marzo 2017

LIBRI DA LEGGERE 2 - KHEMIRI

Jonas Hassen Khemiri
TUTTO QUELLO CHE NON RICORDO
(Traduzione di Alessandro Bassini)
Iperborea, 17,50 euro


Il protagonista di questo libro è il suo più grande assente: si chiama Samuel ed è morto in un incidente stradale. L’autore, che l’aveva incontrato solo una volta per un pochi minuti, decide però di voler ricostruire il suo ultimo giorno di vita e comincia a intervistare tutti quelli che l’hanno conosciuto: il migliore amico, l’ex-ragazza, il vicino di casa, la madre, l’amica trasferita all’estero, la nonna... Ciascuno offre un ritratto soggettivo del ragazzo e non potrebbe essere altrimenti. Samuel ci appare così a volte un entusiasta, altre un ingenuo, altre un idealista, per alcuni era generoso, per altri un tirchio, le testimonianze di uno contraddicono quelle di altri, gli stessi eventi assumono significati diversi da chi li racconta. 
C’è una domanda alla quale lo scrittore cerca di dare una risposta per tutto il libro: Samuel si è suicidato andando a sbattere a tutta velocità contro un albero o è uscito di strada per un tragico errore?
Questo dubbio ne sottintende un altro per il lettore: perché l’autore sta cercando di ricostruire la personalità di uno sconosciuto? Dove vuole arrivare?
Khemiri ha condensato in questo libro le sue diverse abilità (in Svezia, sua terra d’origine, è noto sia come romanziere che come drammaturgo): la struttura polifonica sembra presa in prestito dal teatro, il respiro della narrazione è quello di un romanzo. Ma l’autore mischia anche altri piani: l’auto-fiction, l’indagine giornalistica e la denuncia sociale (sia Samuel che la sua ex, Laide, lavorano con i migranti e si occupano di assistenza a casi difficili, loro stessi sono immigrati di seconda generazione e subiscono in prima persona forme di pregiudizio e razzismo). 
La struttura del libro è atipica e può disorientare all’inizio: in ogni capitolo si alternano due voci e non è mai esplicitato a chi appartengano, ma basta addentrarsi nel volume per capire che si tratta in realtà di uno schema ripetuto: la prima voce varia da capitolo a capitolo e appartiene ogni volta a un personaggio diverso (il vicino, l’amica di Berlino, la madre...), la seconda voce rimane costante per tutto il romanzo ed è quella di Vandad, il miglior amico di Samuel, vera traccia portante di questa staffetta narrativa. 
“Tutto quello che non ricordo” è una lettura appassionante, il tentativo di dare un senso alla vita di un ragazzo qualunque attraverso la voce di chi l’ha frequentato e amato. 
La scrittrice Joyce Carrol Oates, che non è esattamente di gusti facili, l’ha definito uno dei suoi libri preferiti dell’anno.

Sul sito della casa editrice Iperborea è possibile scaricare gratuitamente il primo capitolo per farsene un’idea (trovate il link qui). A me sono bastate queste pagine per desiderare subito di leggere il resto. 

lunedì 6 marzo 2017

LIBRI DA LEGGERE 1 - CIABATTI

Teresa Ciabatti
LA PIU’ AMATA
Mondadori 
Pagg. 218, 18 euro



Teresa Ciabatti è irrisolta, anaffettiva, inadeguata, sciatta, grassa, fallita. Lo dice lei stessa in “La più amata”, romanzo autobiografico strutturato come una suite in tre movimenti e un conciso finale, dal quale tutti i protagonisti, e in primo luogo l’autrice, escono a pezzi. 
Di questo libro si è già detto molto, subito. A una settimana dalla pubblicazione tutti i principali quotidiani ne hanno parlato in termini più che elogiativi e ancora a lungo se ne parlerà, perché si fanno insistenti le voci di una prossima candidatura allo Strega. In questo momento forse c’è ancora spazio per fare alcune considerazioni personali e quindi le  condivido prima che arrivi la valanga di tutte le altre.
La storia della famiglia Ciabatti è raccontata in tre fasi: la prima segue l’ascesa (inarrestabile) del padre Lorenzo (famiglia benestante, svariate proprietà immobiliari, studi negli Stati Uniti, nomina immediata al ruolo di primario a Orbetello). Per gli abitanti della zona il Professore è una figura mitologica che incute timore e rispetto. E la villa miliardaria con piscina che fa costruire ne è l’emblema più radioso.  
La seconda parte narra l’infanzia di Teresa trascorsa nel lusso assoluto, fino al confronto con le coetanee a scuola, quando da ragazzina si accorge che l’avvenenza fisica di alcune compagne è una forma di sicurezza e successo che a lei non è stata fornita. Ecco allora che sfoderare il proprio status sociale, la propria ricchezza, è il solo modo per riconquistare il ruolo di centralità che sente spettarle di diritto.
La terza parte è dedicata alla madre Francesca e al tracollo sociale che deriva dalla sua decisione di separarsi dal marito. 
“La più amata” è la storia di un’ossessione, quella di una figlia che ha perduto tutto (i genitori, la ricchezza, la sicurezza, l’autostima) e che vaga disperata fra le stanze del suo passato alla ricerca di una spiegazione: davvero il padre (fascista, faccendiere, amico di Licio Gelli, amante di molte donne o forse frocio) era stato travolto dai debiti e aveva dovuto vendere tutto? Davvero i conti all’estero sono stati prosciugati? O era vendicativo al punto da far sparire tutto pur di non lasciarlo alla moglie che aveva avuto l’ardire di abbandonarlo? E quindi far ricadere la colpa di lei su quella dei suoi stessi figli? O forse ancora ha voluto proteggerli dal rischio di chissà quali ritorsioni?
“La più amata” è una favola al contrario, è la trama di un arazzo vista dal retro: lo splendore del disegno è scomparso, restano fili e trame che rivelano solo il complesso intreccio. La bella vita era una promessa radiosa, la realtà ordinaria è uno schiaffo dal quale l’autrice non ha saputo riprendersi. 
Dico l’autrice per convenzione.
Quello che le recensioni che ho letto sinora hanno trascurato è che questo romanzo è una sorta di precipitato del discorso che Teresa Ciabatti da anni sta portando avanti sulla rete, attraverso la sua pagina Facebook e il blog “Persona cattiva” tenuto per diversi mesi sul sito di iodonna.it. La riflessioni sulla sua infanzia perduta, sulla sfacciata superiorità fisica mostrata dalle compagne ai tempi di scuola, sull’incapacità di accudire la propria figlia e la necessità di affidarla alle cure della tata moldava sono ben note a coloro che la seguono on line. Tempo fa, con un tono tra il surreale e l’accorato, la Ciabatti invitava gli amici virtuali a fare una colletta per raccogliere i 3 milioni di euro necessari per ricompare la villa della sua infanzia (“Possiamo farcela! Forza ragazzi!”). In una vertigine auto-fictional che non mi sembra abbia equivalenti nel nostro paese, la Teresa Ciabatti in rete era già (ed è ancora) la Teresa Ciabatti protagonista di questo libro, una figura letteraria ipertrofica che trasforma ogni aspetto della sua vita (l’assenza temporanea della tata, le difficoltà con il gestore telefonico, i rapporti a scuola con gli altri genitori) in momenti epici, fonti d’indignazione e di autoesaltazione. (Nel post di rientro dalle vacanze estive scriveva: “Sono tornata. Applausi”). 
In “La più amata” ritroviamo questa stessa figura che irride i compagni di classe  (“Mai mi era capitato di vedere tanti poveri tutti insieme. Questa è una scuola di poveri”), che si lamenta disperata per l’impossibilità di ottenere quello che desidera (“Una liposuzione, via il grasso, mi addormento cicciona, e mi risveglio magra e invece non si può, perché, dimmi perché”), che pensa a se stessa come autrice in termini fallimentari (“Riscopritemi postuma”). 

Non solo i confini tra autobiografia e fiction sono sfumati, ma anche tra materiali narrativi ed extra-narrativi, fra ciò che è dentro questo libro e ciò che è stato seminato fuori. Ed è questa intuizione meta-letteraria che mi fa pensare due cose: che Teresa Ciabatti in realtà non esista e che sia bravissima.

martedì 10 gennaio 2017

UNA LETTURA NON COME TANTE

Spesso in questo blog ho recensito libri, ma stavolta non voglio raccomandare un romanzo quanto raccontare un’esperienza di lettura, perché a volte leggere non è un piacere, un intrattenimento o uno strumento di approfondimento, ma è qualcosa di più complesso e completo, che supera (e integra) questi diversi aspetti.
L’esperienza è quella che ho vissuto affrontando “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara (pubblicato da Sellerio con una magnifica traduzione di Luca Briasco). 
Cominciamo dalla mole: il libro ha circa 1100 pagine. So che ci sono persone che amano particolarmente romanzi di ampie dimensioni, amano l’idea di “perdersi” dentro un libro. Io non sono fra queste. Quando un tomo è voluminoso tendo a metterlo in discussione: un libro di cinquecento pagine richiede un tempo che potrei dedicare a leggerne altri due o tre più brevi, quindi pondero molto accuratamente se ne valga la pena, e sono pronto ad abbandonarlo con maggiore rapidità se non mi convince. Figuriamoci quanto possa essere categorico con uno che supera le mille.  
Di questo libro avevo sentito parlare più volte in alcuni blog letterari americani che seguo e mi aveva suscitato una certo interesse, ma non avevo idea che sarebbe stato tradotto in italiano finché non l’ho trovato esposto fra le novità in una libreria. Sono state proprio le sue notevole dimensioni a farmelo notare e anche a fungere da deterrente. L’ho sfogliato e poi riappoggiato. Troppo, troppo lungo, mi sono detto. Ma il germe della curiosità già era in circolo. Nei giorni seguenti ho cominciato a notare riferimenti al libro sui social e nei giornali, ma ad aiutarmi a superare in maniera definitiva le mie resistenze sono stati i giudizi entusiastici di alcuni amici scrittori (Federica Manzon e Giorgio Fontana avete delle responsabilità in questo).  
Una mattina, complice un viaggio verso Roma, in una libreria della stazione l’ho comprato e l’ho iniziato subito in treno. Da lì non mi sono più fermato. 
Di “Una vita come tante” (titolo paradossale, non c’è nulla di comune nelle vite di cui parla il libro, soprattutto in quella del protagonista) è magistrale l’andamento, il percorso che l’autrice ha tracciato per il lettore, calibrando in maniera chirurgica il tipo di emozioni e coinvolgimento in grado di creare. Hanya Yanagihara mi ha letteralmente rapito e condotto dove voleva lei, talvolta contro la mia volontà. Bravissima. Implacabile. 
Cercherò ora di spiegar nel dettaglio come è avvenuto con l’impegno di non fare spoiler, se non sulla struttura del testo e anticipando quelle minime notizie sulla trama che già si trovano nelle varie recensioni che circolano.
Il romanzo inizia come la storia di quattro amici nella New York contemporanea. Nelle prime 150/200 pagine l’atmosfera e il tono sono dei tipici romanzi nordamericani contemporanei, la lettura è piacevole, la prosa dell’autrice è ricca ed elegante, anche se non particolarmente originale. Sino a qui sembra solo un bel libro. 
A questo punto, quando le personalità dei quattro sono bene delineate e il rapporto fra loro assodato agli occhi del lettore, ecco che il focus del romanzo si sposta progressivamente verso uno dei personaggi. Gli altri sono e restano presenti per il resto del volume, ma solo adesso il lettore comprende chi sia il vero protagonista, ed è il più fragile e complesso fra i quattro, quello della cui infanzia e giovinezza conosciamo meno, anzi di cui conosciamo poco o nulla. Il ritratto che ne esce è estremamente affascinante, un personaggio misterioso, tormentato, ma  che induce, tanto negli amici quanto nel lettore, un istinto di protezione e di grande affetto. 
Ci avviciniamo al centro del volume, la lettura si fa sempre più appassionante, difficile abbandonare il testo. A livello personale, mi accorgevo durante il giorno che il pensiero ogni tanto tornava ai personaggi del romanzo, che pregustavo con piacere l’idea di tornare a casa e potermi immergere di nuovo in quel mondo, fra quegli amici. Ogni sera volevo andare avanti, ancora dieci pagine poi spengo, ancora cinque e basta, giuro. 
Ed è a qui che Yanagihara, con una scelta sapiente e per certi versi perversa, sferza al lettore il colpo più duro. Tutte le domande che ci siamo posti sull’infanzia difficile del protagonista, tutti i dubbi, ci vengono svelati. E sono racconti terribili, di una crudeltà, di una violenza tale da lasciare senza fiato. Ora al piacere della lettura si è sostituito il dolore della lettura. Siamo giunti a un punto tale della storia che è impossibile interrompersi (ci siamo immersi fino al collo, non possiamo mollare qui, dobbiamo tenere duro e cercare di guadare questo fiume di sensazioni, dobbiamo trovare la forza di arrivare dall’altra parte, sperare di farcela), allo stesso tempo abbiamo la necessità di calibrare la sofferenza. 
Ci sono stati giorni in cui mi è servito del coraggio per riprendere la lettura. Per stasera basta, mi dicevo, di più non riesco. Chiudevo il volume e magari prendevo qualcosa di più leggero, una rivista, la biografia di un cantante pop lasciata a metà, qualcosa che mi distraesse e mi conciliasse il sonno, alleviandomi dal peso di quelle brutali confessioni. 
Dopo questa violenta e dettagliata parentesi l’autrice ci concede di nuovo respiro e dedica un’ampia fetta di narrazione alla maturità del protagonista. Il contesto è finalmente sereno, gli incubi del passato non sono e non possono essere sepolti ma l’amore e la protezione dell’ambiente familiare possono permettere un tentativo di assestamento. Il presente non fa più paura, una parvenza di felicità sembra possibile. 
Il lettore tuttavia non può scrollarsi di dosso il trauma di ciò che è venuto a sapere sul conto del protagonista. Procede con cautela, temendo che nuove ferite siano in agguato. Ed è con questo stato d’animo di sottile apprensione che si giunge al finale del volume, sul quale chiaramente non dirò nulla.
Dopo averlo terminato ho subito cercato in rete notizie su Hanya Yanagihara e ho scoperto che è una reazione comune: in più di una recensione sulle riviste letterarie on line americane gli stessi critici confessavano di essere divorati dalla curiosità verso l’autrice di un’opera monumentale e anomala come questa. In realtà, non c’è molto da sapere. La Yanagihara, statunitense di origine hawaiane, è una giornalista di viaggi, ha già un romanzo alle spalle e ha scritto questo secondo nel giro di soli 18 mesi, lavorandoci la sera e nei weekend in quello che lei stessa ha definito “uno stato quasi febbrile”. Il suo modello erano i romanzi classici ottocenteschi, dei quali il testo riprende le dimensioni e il respiro. L’unica osservazione degna di nota riguarda il rapporto con il suo editor, che ha cercato più di una volta di spingerla a ridurre o a perlomeno a rendere meno cruente le scene di violenza, ma su questo la scrittrice è stata irremovibile perché le riteneva essenziali.  
Ammetto di non aver mai letto nulla prima di altrettanto efficace nel rendere l’orrore fisico e psicologico degli abusi sui minori, nel mostrare l’ineluttabilità delle ferite emotive che ne conseguono.  
A causa della sua mole (ha le dimensioni di un mattone e il peso supera il chilo), “Una vita come tante” rappresenta l’esempio ideale di romanzo da leggere in ebook, una soluzione infinitamente più maneggevole e pratica. Invece io ho preferito la concretezza delle pagine stampate: la fatica di portare con me in giro, in borsa, nello zaino, questo oggetto pesante era parte dell’impegno di questa lettura totalizzante e anomala, che mi ha richiesto sforzi, e rinunce, e impegno, e lunghe riflessioni.  

Ho trovato il romanzo notevole, sebbene non privo di difetti, ma con una narrazione di queste dimensioni i giudizi non possono che essere complessi e stratificati, anche estremamente soggetti, tuttavia non importa: “Una vita come tante” mi ha ricordato che leggere è un’azione che comporta aspetti mentali, fisici, emotivi, filosofici. Erano anni che non provavo un’esperienza di lettura simile. Fosse anche solo per questo non posso che essere molto grato a Hanya Yanagihara. Erano 1100 pagine. Non mi sono mai pentito, una singola volta, di averle affrontate.


sabato 24 dicembre 2016

UN'ALTRA EXTENSION

Un piccolo regalo natalizio in forma di extension. Un racconto inedito, che va ad aggiungersi alle Extensions di Generations of love, da oggi è scaricabile gratuitamente in formato ebook su Amazon e su BookRepublic. Una vera e propria “Ghost track” che amplia i contenuti del romanzo. Si intitola “Focolai di rivolta sociale sulla tratta Milano-Pavia” ed è una storia di amicizie femminili non a lieto fine ambientata nell’università pavese degli anni ’80. Di natalizio non ha niente, però c’è la neve a un certo punto. Va bene lo stesso?
Scaricate e diffondetene tutti. Buone feste. 


lunedì 28 novembre 2016

GENERATIONS OF TOUR

Questa settimana sarò in giro a presentare la nuova edizione di “Generations of love - extensions”. 
Tre date, venite a trovarmi.

TORINO

Martedì 29, ore 21
Libreria Trebisonda
via Sant’Anselmo, 22

ROMA

Venerdì 2, ore 19
con Antonella Lattanzi
Giufà
via degli Aurunci, 38 (San Lorenzo)

BOLOGNA

Sabato 3, ore 18.30
Libreria IGOR
via Santa Croce, 10




domenica 27 novembre 2016

GENTE IN CADILLAC

Da qualche giorno è disponibile on line il nuovo numero della rivista letteraria “Cadillac”. 
Giunta al tredicesimo numero, questa nuova uscita è curata da Michele Crescenzo e contiene otto racconti, fra i quali un inedito dello scrittore americano Robert Ward, tradotto in esclusiva per l’Italia. 
Apre il numero un mio racconto intitolato “Visita guidata alla casa-museo”. 
Potete leggere (e scaricare in pdf) la rivista qui.