lunedì 23 ottobre 2017

DOVE TROVO 'tina?

Da oggi il nuovo numero di 'tina è acquistabile anche presso tre librerie a Milano, Bologna e Roma.
Chi non vive in queste città e vuole procurarsi una copia scriva a tina@matteobb.com

Trovi 'tina numero 31 presso:


Gogol & company

via Savona 101
MILANO

Igor libreria

c/o Senape
via Santa Croce 10
BOLOGNA

Giufà

via degli Aurunci 38
ROMA


sabato 14 ottobre 2017

THE BIG ’tina WEEKEND


Nella prima settimana di ottobre è apparso sul sito de Il libraio un articolo sulle riviste letterarie indipendenti italiane. Tra le varie pubblicazioni analizzate c’era anche ’tina, che è stata presentata con parole più che lusinghiere. 

Una menzione speciale, poi, va necessariamente a ’tina, la “rivistina” che lo scrittore Matteo B Bianchi produce con tempistiche e grafiche totalmente anarchiche dal lontano 1996’tina è la mecca delle riviste letterarie indipendenti, il luogo d’elezione a cui tutti i giovani scrittori che si muovono nell’underground aspirano più o meno segretamente.

Per una felice coincidenza il nuovo numero della rivista è arrivato dallo stampatore poche ore dopo la comparsa di questo articolo. 
Il numero 31 è stato lanciato venerdì 13 con un aperitivo molto affollato al Secco di Milano, ma il weekend di ’tina non finisce qui. La rassegna letteraria Milano Dentro/Fuori ospita periodicamente scrittori che leggono testi ambientati nella città di Milano e ogni volta ha una rivista letteraria come nome tutelare dell’appuntamento. La serata del 15 ottobre sarà tutta al femminile e avrà come ospiti autrici quali Antonella Lattanzi, Daria Bignardi, Ilaria Bernardini, Susanna Bissoli e Cristiana Pettinari. La rivista ospite sarà proprio ’tina (sulla quale hanno già pubblicato ben tre di queste scrittrici su cinque!).
L’appuntamento è alla libreria Gogol & Company, in via Savona 101, alle 19.

Ci vediamo lì. 





martedì 10 ottobre 2017

‘tina n.31!

Finalmente è arrivato il nuovo numero di ’tina.
Anche se gli intervalli di uscita sono molto irregolari questa è la prima volta che trascorrono più di due anni tra il numero e il precedente. Diverse circostanze hanno contribuito a questo clamoroso ritardo (non ultima il fatto che io abbia pubblicato due libri nel frattempo, con tutto il carico di lavoro e l’impegno di presentazioni che comporta), ma eccoci di nuovo qui.
Dopo un numero formato micro e uno formato macro, ’tina n.31 si presenta sotto forma di libro standard. Un piccolo tascabile di 52 pagine. 
L’altra grande novità è che l’intero numero (e anche questa è una prima volta) è graficato, impaginato e illustrato da un unico autore, cioè Andrea Bozzo, che ha creato sia l’immagine di copertina sia quelle a tutta pagina che accompagnano ciascuno dei racconti. Anche questo lavoro ha richiesto parecchio tempo, ma il risultato finale è un gioiellino.
I racconti contenuti (come da tradizione) sono cinque: un inedito di Ginevra Lamberti (autrice del delizioso romanzo “La questione più che altro”), due esordienti di grande talento (Roberto Camurri e Federico Gironi) e un autore già noto a chi frequenta le riviste italiane (Michele Crescenzo, col suo racconto più bello) e infine, altro primato nella storia di ’tina, una raccolta di frammenti tratti da un romanzo (l’inedito “Cadere” di Andrea Meli). Un menu assai variegato. 

’tina n.31 è stampato in soli 150 esemplari, firmati e numerati. L’edizione è unica e non ci saranno ristampe. 
Il numero verrà lanciato questo venerdì 13 ottobre alle ore 19 presso, Il Secco, via Angelo Fumagalli 2, sui Navigli, a Milano. 

Non potete non venire. 


Per info e richieste potete scrivermi a tina@matteobb.com 

giovedì 5 ottobre 2017

MARIA ACCANTO (Autunno tour) - DATE OTTOBRE

Tre nuovi appuntamenti per ottobre!

Sabato 7 ottobre
PADOVA
Ore 17
Tralaltro Arcigay
Corso Garibaldi, 41

Martedì 10 0ttobre
IVREA
Ore 19
Chiesa San Gaudenzio (!)


Lunedì 16 ottobre
SCALO MILANO
Ore 18
Libreria RED Feltrinelli

Locate Triulzi (Mi)




giovedì 14 settembre 2017

UN RACCONTO IN A4

Una delle mie riviste letterarie italiane preferite è senza dubbio “A4”, creata dallo scrittore siciliano Stefano Amato (già inventore del geniale blog “L’apprendista libraio”). La rivista si basa su un concetto tanto semplice quanto innovativo: pubblicare un solo racconto a numero, in un foglio fronte e retro che il lettore può stamparsi da casa e collezionare. 
Sin dal suo esordio avevo promesso a Stefano che avrei contribuito anche io con un mio testo e il momento è finalmente arrivato. Il racconto si intitola “Cose che succedono quando uno sta diventando grande” e il caso vuole che coincida con la decima uscita di “A4”. Per festeggiare questo primo traguardo, la rivista ha messo on line sia il mio racconto che uno speciale raccoglitore, anche questo da stampare in maniera autonoma, per custodire tutti i numeri usciti finora. 

Trovate tutte queste belle cose qui


domenica 10 settembre 2017

MARIA IN VIAGGIO - Tour autunnale




Dopo la pausa estiva ricominciano le presentazioni di "Maria accanto". Ecco le prime date confermate (altre in arrivo).


15 settembre - ore 21
TORINO
Liberia Trebisonda - via sant’Anselmo, 22
con Angelo Acerbi e Giorgio Ghibaudo

20 settembre - ore 20
MILANO 
Secret gig (Info in privato)

23 settembre - ore 17
PIACENZA
Festival “Il libro giusto”
Borgo Faxhall - piazzale Marconi, 37
con Marco Bosonetto

26 settembre - ore 21
TORTONA
Liberia Namasté - via Sarina, 33

30 settembre - ore 18
LONDRA
The Italian bookshop - 123, Gloucester road
con Marco Mancassola

10 ottobre - ore 19
IVREA
(incontro a cura della Galleria del libro) 

venerdì 21 luglio 2017

COSA LEGGO QUEST’ESTATE?

Alcune proposte di lettura.


Nickolas Butler
Il cuore degli uomini
(trad. di Claudia Durastanti)
Marsilio 

Se vi dicessi che questo è un romanzo sui boy-scouts scappereste a gambe levate, ma del resto la copertina lo suggerisce in maniera piuttosto evidente, quindi inutile tentare di nasconderlo. Il libro in effetti racconta la storia di tre uomini i cui destini sono legati a un campo scout. Tre uomini raccontati in vari momenti della loro vita (adolescenti sfigati o troppo idealisti, adulti cinici e tendenti all’alcolismo, anziani saggi e divenuti più comprensivi con l’esperienza). Butler, a mio avviso, in questo secondo romanzo è riuscito proprio laddove era stato debole nel suo esordio (il tanto decantato “Shotgun lovesongs”): se nel primo romanzo i personaggi mi erano parsi tutti bidimensionali (i buoni insopportabilmente buoni, gli innamoramenti delle medie che duravano tutta la vita, le star che rifiutavano il successo mondiale perché incapaci di dimenticare il paesino dove sono cresciuti...), in questo secondo sono estremamente sfaccettati, capaci di grandi eroismi quanto di atti di codardia, sprezzanti verso i figli ma allo stesso tempo gelosi della loro innocenza, alla fine dei conti tutti fragili e dannatamente umani. In una parola, veri. 



Daniela Mazzoli
Sarò strana io
Quodlibet

Da anni nutro una particolare predilezione per i libri in forma di frammenti: pensieri, annotazioni, brevi prose, aforismi. Un genere letterario frequentato raramente e giusto da qualche autore sperimentale americano (come la geniale Jenny Offill). Scoprire che un’esordiente italiana si è cimentata nella medesima impresa non poteva che entusiasmarmi. “Sarò strana io” è una sorta di romanzo ridotto a brandelli, una raccolta di riflessioni della protagonista sulla sua vita, il suo lavoro, la sua famiglia e soprattutto sugli uomini per i quali perde la testa. Il tutto all’insegna di un’ironia sferzante e assai efficace. 

“Quasi sempre si capisce subito di cosa ci si pentirà”

“Ho una soglia del dolore così alta che non riesco a raggiungerla”

“La telepatia non è una scienza esatta; tutte le sere io pensavo «chiama, chiama, chiama». Ma lui non chiamava”

“Ogni tanto qualcuno dovrebbe passare a venderti Coca e popocorn con il banchetto al collo, mentre stai vivendo”

“Non siamo soli nell’universo, siamo soli nel condominio”

“Certe volte uno preferisce avere torto, pur di avere qualcosa”

Questi sono solo alcuni esempi dello stile di questo anomalo libro, ideale per essere letto anche a piccoli sorsi, ripreso e abbandonato a piacere, senza perderne il senso. Un testo perfetto, per dire, per i tragitti brevi in bus e in metropolitana. Come un breviario moderno, nel quale ogni tanto (spesso) riconoscersi con un sorriso. 



Theodore Sturgeon
Godboy
(trad. di Martina Sirka Mosur)
Atlandide

La casa editrice Atlantide è una delle più curiose realtà del panorama letterario italiano: produce infatti solo libri a tiratura numerata e limitata (di ogni titolo stampano 999 copie: esaurite quelle non ci sono altre ristampe), in volumi eleganti e molto curati. Una specie di Adelphi in chiave punk. Fra gli ultimi libri pubblicati, merita senza dubbio una segnalazione questo straordinario romanzo, uscito negli USA nel 1986 e mai tradotto prima  in Italia a causa del suo scandaloso contenuto. Si tratta dell’ultima opera di Theodore Sturgeon, autore di culto amato fra gli altri anche da Stephen King e Kurt Vonnegut, il cui titolo “Godbody” (corpo di Dio) già si presenta come fin troppo allusivo. È la storia di una piccola comunità della provincia americana nella quale fa la comparsa un essere misterioso, un uomo bellissimo e dall’aria innocente e irresistibile. Tutti coloro che lo incontrano, uomini e donne, incluso il pastore del paese, ne saranno profondamente cambiati, alcuni anche attraverso il congiungimento carnale con lui, in un’esperienza che ha poco del fisico e molto del trascendentale. 
Un romanzo che può essere letto tanto come sacrilego quanto come estremamente poetico e illuminante. Qualsiasi sia la vostra interpretazione, resterà uno dei libri più originali che vi sarà capitato di leggere.



Garth Greenwell
Tutto ciò che ti appartiene
(Trad. di Matteo Colombo)
Mondadori

Vincitore del British Book Award, finalista in una serie infinita di premi, inserito fra i 10 migliori libri dell’anno dal New York Times, il debutto di Garth Greenwell è un romanzo a tematica gay che esce dai contorni rassicuranti e familiari nei quali molta letteratura di genere oggi è (auto-) confinata, per toccare ambiti decisamente più sconvenienti e conturbanti. Storia di un insegnante americano (mai nominato nel testo) che vive e lavora in Bulgaria e che un pomeriggio, in un bagno pubblico deputato a un certo tipo di contatti fugaci, conosce Mitko, giovane e sfrontato prostituto che finirà per essere una presenza significativa nella sua vita. L’incontro scatena nel professore una serie di riflessioni, sul proprio passato, sui conflitti coi genitori, sulla natura dei suoi desideri, su ciò che lo appaga realmente e su ciò che lo spaventa. L’acutezza dell’analisi di Greenwell sulle emozioni profonde del suo protagonista è la vera forza di questo romanzo. Le pagine centrali che rievocano l’evoluzione del rapporto col padre, dalla complicità dell’infanzia allo spietato rifiuto dell’età adulta, sono davvero toccanti. 



Miriam Towes
Un complicato atto d’amore
(Trad. di Monica Pareschi)
Marcos y Marcos

Cosa significa nascere e crescere all’interno di una rigida comunità religiosa? Miriam Towes, autrice canadese, lo racconta in questo suo terzo romanzo. 
La protagonista è Nomi, una ragazza adolescente rimasta a vivere col padre, ortodosso ma arrendevole, dopo che sia la madre che la sorella maggiore sono fuggite lasciandoli soli.
La forza del libro sta tutta nel punto di vista della sua giovane protagonista: Nomi, che rimane in comunità solo in attesa che sua madre e sua sorella facciano ritorno, cerca di trovare mezzi per fare le esperienze che sente di dover fare, vive come assurde le regole che gli adulti seguono senza sognarsi di mettere in discussione e accoglie con sincero sbalordimento gli insegnamenti delle persone più oltranziste che si trova attorno, a cominciare da “la Bocca”, suo zio, nonché capo spirituale della comunità. 
Un libro semi-autobiografico che sceglie la strada dell’ironia quando altri avrebbero adottato quella della denuncia e ci regala il ritratto di una ragazzina fragile, coraggiosa e soprattutto molto divertente. 



Sandro Campani
Il giro del miele
Einaudi

Ci sono libri che sembrano collocarsi fuori dal tempo, le cui storie sembrano appartenere tanto all’oggi quanto al secolo scorso, e in fondo non farebbe tanta differenza.
Due amici si trovano una sera d’inverno in un paesino sulle colline tosco-emiliane. Uno Giampiero, falegname di mezza età, l’altro è Davide, il figlio del suo datore di lavoro, che ha tenuto sulle ginocchia quando era piccolo e che ha visto crescere e farsi uomo. Con i legni nel camino che crepitano e una bottiglia di grappa sul tavolo da condividere, i due passano la notte a confidarsi: le gioie della vita, gli errori del passato, le ferite che non possono più essere ricucite. 
Un romanzo dall’andamento lento e dall’atmosfera calda, scritto con una lingua tanto nostrana quanto efficace, in grado di dare al lettore l’impressione di essere lì presente, insieme ai due amici e di ascoltare le loro confidenze. Una lettura dal ritmo rilassato, notturno, che alcuni potrebbero trovare eccessivamente rarefatta e concentrica, mentre altri di una piacevolezza rara. 



Johnny Marr
Set the boy free
(trad. di Anna Mioni)
BigSur


Poiché l’autobiografia di Morrissey non uscirà mai in italiano (e neanche in nessun’altra traduzione, dal momento che l0 stesso autore ne ha bloccato la cessione dei diritti, assecondando un’altra delle sue innumerevoli paranoie), finalmente con l’uscita di quella di Johnny Marr, i fan nostrani degli Smiths arrivano a sentire la verità sulla loro separazione dalla voce di uno dei diretti protagonisti. E si sorprenderanno di scoprire che Marr scrive bene: queste oltre 400 pagine di memorie scorrono via con estrema piacevolezza. Il chitarrista del gruppo rock inglese forse più influente degli ultimi 40 anni racconta la sua storia dall’infanzia trascorsa all’interno di una famiglia che assomigliava più a una tribù fino alle collaborazioni coi più grandi musicisti del mondo, Beatles e Rolling Stones inclusi. E fa intuire che lo scioglimento degli Smiths è stato inaspettato e doloroso per lui quasi quanto lo sia stato per le migliaia di fan sparsi sul pianeta. Il che è una parziale consolazione: se non ha potuto far niente lui, allora era davvero qualcosa di inevitabile.

Resta poi inteso che dovete leggere “Una vita come tante” se non l'avete ancora fatto. Del resto quando trovate il tempo di leggervi mille pagine se non d’estate?

martedì 11 luglio 2017

McSWEENEY’S BIG MISTERY

Chi segue questo blog sa bene quanto sia appassionato (ok, usiamo pure l’espressione fanatico) di riviste letterarie. Ne parlo di continuo, tanto on line quanto negli incontri in libreria o nelle lezioni nelle scuole di scrittura creativa che mi capita di tenere. Le illustro, promuovo, le esalto. Fra le innumerevoli riviste letterarie presenti sul mercato mondiale non ho mai fatto mistero di quanto la mia preferita sia “McSweeney’s”, fondata a San Francisco nel 1998 dallo scrittore Dave Eggers. È l’unica rivista della quale possieda l’intera collezione, dal numero 1 all’ultimo, orgogliosamente esposti nella mia libreria, come testimonia questa foto. 



Il nome per esteso della rivista in origine era “Timothy McSweeney’s Quarterly Concern”, ossia “Le preoccupazioni quadrimestrali di Timothy McSweeney”. Un titolo assurdo, che si rifaceva alla figura di un presunto corteggiatore della madre di Eggers che per anni ha scritto lettere affettuose alla donna prima di scomparire, rimanendo però una sorta di nome mitologico per i membri della famiglia. 
Come il suo ispiratore col tempo anche i riferimenti a Timothy McSweeney scomparvero dalla rivista, universalmente conosciuta ormai col semplice nome di “McSweeney’s”. 
Le caratteristiche principali del periodico sono due: da un lato la qualità altissima dei contenuti (le firme più illustri della narrativa americana hanno pubblicato inediti sulle sue pagine, dove hanno esordito anche alcuni degli autori emergenti più interessanti), dall’altro la creatività massima dei suoi formati. Alternando in genere un’uscita in versione libro tradizionale con un’altra dall’aspetto imprevedibile, nel corso del tempo McSweeney’s ha prodotto (fra gli altri) numeri in forma di quotidiano, di contenitore di quaderni, di finto beauty-case, di quadro da appendere alla parete, di cubo tridimensionale e di pacco di posta (con racconti inseriti in finti cataloghi o dentro buste da lettera).
Motivi per adorarlo dunque da parte dei lettori ce ne sono parecchi. 
Malgrado si definisca quadrimestrale, McSweeney’s col tempo ha abituato i suoi lettori a subire diversi ritardi. Chiunque si occupi di riviste indipendenti sa bene come sia difficile rispettare i tempi prefissati, soprattutto per una pubblicazione composta interamente di racconti e che quindi deve sottostare alle promesse di consegna (raramente mantenute) degli scrittori coinvolti. Lo slittamento di un paio di mesi o più presto diventa la norma. Eppure tre anni fa è successo qualcosa di più grave e misterioso. Dopo la pubblicazione del numero 48 (nell’agosto del 2014), la redazione ha cominciato ad anticipare che erano in già corso i lavori per il numero che avrebbe segnato una tappa storica per la rivista, il numero 50. Il comunicato non forniva molti elementi ma lasciava intuire che stavano pensando in grande. Per i lettori più fedeli, abituati a ogni forma di follia cartotecnica, era logico attendersi un’edizione spettacolare. Contestualmente la redazione annunciava anche i contenuti dell’imminente nuovo numero, il 49. Sarebbe stato un volume interamente dedicato al concetto di “cover”: gli scrittori coinvolti avrebbero riscritto a modo loro alcuni racconti celebri e a il numero avrebbe avuto l’aspetto di un vinile a 33 giri. Veniva addirittura anticipata la copertina del disco, nel tipico formato quadrato degli LP. 

Poi, il nulla.

Di mesi ne passano quattro, sei, otto, intanto, per la prima volta nella storia della rivista, appare una raccolta fondi attraverso il portale Kickstarter per finanziarne la stampa. I  lettori più affezionati partecipano felici, ma col passare dei mesi cominciano a lasciare commenti di protesta: l’attesa non è più di mesi, stanno passando anni. Nessuno si premura di dare risposte o spiegazioni. 
Il numero, di solito acquistabile on line anche sui abituali canali di vendita libri tipo Amazon, passa da “prenotabile” a “non prenotabile al momento”. 
Sul sito di McSweeney’s non compare una riga a riguardo. Facendo ricerche su Google non si trova praticamente niente. Un caso di omertà digitale senza precedenti. 
Trascorrono quasi tre anni. 

Ad aprile l’amico libraio dal quale solitamente acquisto il numero d’importazione mi chiama per avvisarmi che all’improvviso il volume risulta in consegna. Siamo entrambi perplessi, invece un paio di giorni dopo arriva per davvero. 
Si tratta del tanto atteso numero 49, però ci sono dei però. 
La copertina è rimasta invariata, il formato è quadrato, ma non ha le dimensioni di un LP quanto piuttosto quelle di un 45 giri. Nell’introduzione (firmata in forma generica da “I redattori”) si presentano con toni di grande entusiasmo i contenuti letterari del numero. Non un accenno al clamoroso ritardo nella pubblicazione, non un riferimento al cambio di formato e, soprattutto, nessuna anticipazione o promessa riguardo all’ormai prossimo numero 50. 
Rimane dunque un mistero insondabile.
Perché tanto ritardo? Che è successo? Che sta succedendo? Ci sarà un numero 50? Ci stanno ancora lavorando? Se si, quando uscirà? 
Domande che al momento restano prive di risposta. (Se qualcuno fra voi ha notizie al riguardo me le riferisca, grazie). 



Detto tutto ciò, il numero 49, da un punto di vista strettamente letterario, è splendido. Il concetto di cover applicato alla narrativa produce esperimenti di alto livello e di grandissimo piacere. Lo scrittore Jess Walter trasforma il celebre racconto “I morti” di James Joyce nella caduta in disgrazia di uno sceneggiatore di serie televisive a Los Angeles, la scrittrice Lauren Groff racconta da un’altra prospettiva le protagoniste del racconto “Desideri” di Grace Paley e la celebre autrice Meg Wolizter riscrive il capolavoro “Un giorno ideale per i pescibanana” di J.D. Salinger dal punto di vista di una baby-sitter. E questi sono solo alcuni esempi. 
Un numero memorabile, che se amate la letteratura e ve la cavate con l’inglese non dovreste proprio perdervi. 

Anche perché chi ci assicura che ci sarà mai un prossimo numero?

martedì 6 giugno 2017

I PROSSIMI INCONTRI

Alcuni nuovi appuntamenti questa settimana. 

In occasione del Pavia Pride mercoledì 7 giugno alle ore 18 in Aula Scarpa all'Università di Pavia presenterò "Generations of love - Extensions". In pratica torno nei luoghi dove il libro è ambientato. :-)

Giovedì e venerdì sarò a Palermo in occasione del festival "Una marina di libri". 
Giovedì 8 alle 19 presenterò il romanzo "Maria accanto" alla Serra Carolina, con Alessio Cuffaro e Filippa Dolce. 
Venerdì 9 alle 12 alla Sala Lanza terrò la lezione "Esordienti: errori da non fare" alla Sala Lanza. 

Sabato e domenica sarò invece a Urbino per il festival "Le città del libro".
Sabato 10 alle ore 20 sarò al caffè del Sole per la lezione "Esordienti". 
Domenica 11 alle ore 10 nel cortile del Colleggio Raffaele per presentare "Maria accanto" con Roberto Danese.

Vi ricordo che l'incontro sugli esordienti è è una vera lezione, ma dal taglio ironico e aperta a tutti, perché oltre a dare consigli pratici agli scrittori in erba leggerò anche le mail deliranti che mi hanno mandato nel corso degli anni. 

Vi aspetto!


venerdì 12 maggio 2017

MARIA ACCANTO A TE!


Ecco l’elenco completo delle prime apparizioni di “Maria accanto” previste per maggio (mese mariano per eccellenza).



18 maggio, ore 19 - Libreria VERSO (Milano) Corso di porta Ticinese 40 - con Federico Baccomo

21 maggio ore 13.30 - Salone del libro (Torino) Caffè Letterario - con Mara Maionchi

24 maggio ore 19 - IGOR (Bologna) via Santa Croce, 10 - con il collettivo Libertango

26 maggio  ore 21- KINO (Roma) via Perugia, 34 (Pigneto) - con Ivan Cotroneo

27 maggio - ore 17 Festival CUBO (Ronciglione - VT) - Chiesa della provvidenza - Borgo di sotto


28 maggio ore 11 - IBS-LIBRACCIO (Mantova) via Verdi, 50 - Rassegna “Colazione con l’autore”

mercoledì 10 maggio 2017

L'AVVENTO DI MARIA

Il mio nuovo romanzo si intitola "Maria accanto" e uscirà in libreria fra una settimana, il 18 maggio, pubblicato da Fandango. Racconta la storia di una ragazza come tante alla quale però comincia ad apparire la Madonna, apparentemente senza alcun motivo. 
La frase di lancio che ho scelto per il retro della copertina è questa:

"Siamo tutte ragazze qualsiasi. Sono le esperienze a renderci speciali".




giovedì 27 aprile 2017

LA ROCKSTAR PAZIENTE


Negli ultimi anni ho sviluppato una vera passione per le autobiografie di popstar. Ne leggo di ogni tipo, dalla reginetta del pop anni ’80 al musicista rock di nicchia. Il piacere è sempre alto, i risultati spesso alterni: ci sono testimonianze vibranti e di grande valore (“Just kids” di Patti Smith è bellissimo), resoconti di ottima qualità letteraria (“Girl in a band” di Kim Gordon si avvicina alla prosa di certe narratrici americane contemporanee), esempi di eccessiva autoindulgenza (“I’ll never write my memoirs” di Grace Jones, scritto con Paul Morley, qua e là presenta delle cadute notevoli di tono) e clamorose delusioni (“Porcelain” di Moby rasenta l’imbarazzante). 
Nessuna autobiografia però è paragonabile a quella scritta da Ben Watt, membro insieme alla compagna Tracey Thorn del celebre duo inglese Everything but the girl, noto in Italia soprattutto per il brano “Missing”, di enorme successo radiofonico e commerciale.
Il libro di Watt non assomiglia a nessuna altro memoir di star musicale per il semplice motivo che la sua vicenda è  del tutto atipica e lontana anni luce dagli stereotipi sesso, droga e rock’n’roll che caratterizzano il genere. 
Alla giovane età di 29 anni Watt ha cominciato a sperimentare una serie di difficoltà fisiche, quali affanno, dolori al petto, difficoltà di respirazione, stanchezza continua: non era ancora trentenne e provava i disturbi di un anziano. Questi sintomi dapprima gli hanno reso difficile l’attività professionale (quasi impossibile affrontare un tour in quelle condizioni), poi si sono fatte tanto gravi da impedirgli una vita normale. Visite specialistiche ed esami non indicavano niente di anomalo, ma la situazione continuava a peggiorare, finché un attacco cardiaco l’ha costretto a una corsa al pronto soccorso e al ricovero immediato. Col tempo ha scoperto di soffrire di una sindrome rara, quella di Churg Strauss, che l’ha costretto a una degenza lunga e dolorosa. 
Watt ha raccontato la sua personale odissea nel memoriale intitolato “Un paziente”, nel quale rivela possedere le qualità di un vero narratore: il testo è appassionante e onesto, quasi alla stregua di un romanzo. L’autore non nasconde la rabbia e la frustrazione che la malattia gli procura, ma riesce anche a cogliere motivi di speranza e di ironia nel microcosmo che lo circonda, fra malati, medici, infermiere e familiari in visita. La prospettiva ribaltata di un artista che passa dalle luci del palcoscenico ai freddi neon di una corsia d’ospedale rende ancora più singolare la sua testimonianza. Tra le difficoltà che si trova ad affrontare c’è anche quella di chi, sapendolo un musicista famoso, attribuisce il suo stato di prostrazione alla vita di eccessi tipica delle rockstar. Anche un cugino lo chiama in ospedale per invitarlo con tono condiscendente a mettere la testa a posto e a smetterla con “questo modo di vivere privo di senso”, dando quasi per scontato che se si trova ricoverato è per un abuso di droghe o alcol. Un paradosso che rende la sua condizione di malato ancora più fastidiosa da sopportare. 
Avevo letto il testo all’epoca della sua pubblicazione in inglese e per qualche tempo avevo anche cercato invano di proporne la pubblicazione in Italia agli editori coi quali collaboravo all’epoca. Oggi scopro che finalmente è stato tradotto, grazie a una nuova casa editrice di nome Carbonio. Ne sono davvero felice e mi fa molto piacere segnalarne l’uscita. 
Raccontare la gravità della malattia senza cadere nel patetico o nel tragico è sempre difficile: Ben Watt ce l’ha fatta. 
Time Out l’ha definito addirittura “il miglior libro scritto da una popstar”. Forse non arriverei a tanto, ma è senza dubbio uno dei più meritevoli di essere letto. 

E se l’editore Carbonio volesse proseguire la benemerita opera di divulgazione letteraria della famiglia Watt, mi sentirei di consigliare con totale entusiasmo la traduzione anche della recente autobiografia della compagna di una vita di Ben, Tracey Thorn: “Bedsit disco queen” (più o meno “La regina della musica disco da cameretta”) è un piccolo gioiello, la storia di come una ragazzina timida che canta in casa di nascosto quando i genitori non ci sono perché si vergogna finisce per diventare quasi controvoglia una star del pop. E quando gli U2 offrono a lei e Watt di accompagnarli in una tourné mondiale, lei chiaramente rifiuta. 

In sintesi, gli Everything but the girl sono una coppia felice da oltre trent’anni, sono entrambi musicisti di chiaro talento e grande successo, si sono pure rivelati scrittori notevoli. Forse dovremmo cominciare a odiarli. 



Ben Watt
UN PAZIENTE
Storia vera di una malattia rara
(Traduzione di Nicola Manuppelli)
Carbonio editore

Pagg. 206, Euro 17,50

giovedì 16 marzo 2017

LIBRI DA LEGGERE 2 - KHEMIRI

Jonas Hassen Khemiri
TUTTO QUELLO CHE NON RICORDO
(Traduzione di Alessandro Bassini)
Iperborea, 17,50 euro


Il protagonista di questo libro è il suo più grande assente: si chiama Samuel ed è morto in un incidente stradale. L’autore, che l’aveva incontrato solo una volta per un pochi minuti, decide però di voler ricostruire il suo ultimo giorno di vita e comincia a intervistare tutti quelli che l’hanno conosciuto: il migliore amico, l’ex-ragazza, il vicino di casa, la madre, l’amica trasferita all’estero, la nonna... Ciascuno offre un ritratto soggettivo del ragazzo e non potrebbe essere altrimenti. Samuel ci appare così a volte un entusiasta, altre un ingenuo, altre un idealista, per alcuni era generoso, per altri un tirchio, le testimonianze di uno contraddicono quelle di altri, gli stessi eventi assumono significati diversi da chi li racconta. 
C’è una domanda alla quale lo scrittore cerca di dare una risposta per tutto il libro: Samuel si è suicidato andando a sbattere a tutta velocità contro un albero o è uscito di strada per un tragico errore?
Questo dubbio ne sottintende un altro per il lettore: perché l’autore sta cercando di ricostruire la personalità di uno sconosciuto? Dove vuole arrivare?
Khemiri ha condensato in questo libro le sue diverse abilità (in Svezia, sua terra d’origine, è noto sia come romanziere che come drammaturgo): la struttura polifonica sembra presa in prestito dal teatro, il respiro della narrazione è quello di un romanzo. Ma l’autore mischia anche altri piani: l’auto-fiction, l’indagine giornalistica e la denuncia sociale (sia Samuel che la sua ex, Laide, lavorano con i migranti e si occupano di assistenza a casi difficili, loro stessi sono immigrati di seconda generazione e subiscono in prima persona forme di pregiudizio e razzismo). 
La struttura del libro è atipica e può disorientare all’inizio: in ogni capitolo si alternano due voci e non è mai esplicitato a chi appartengano, ma basta addentrarsi nel volume per capire che si tratta in realtà di uno schema ripetuto: la prima voce varia da capitolo a capitolo e appartiene ogni volta a un personaggio diverso (il vicino, l’amica di Berlino, la madre...), la seconda voce rimane costante per tutto il romanzo ed è quella di Vandad, il miglior amico di Samuel, vera traccia portante di questa staffetta narrativa. 
“Tutto quello che non ricordo” è una lettura appassionante, il tentativo di dare un senso alla vita di un ragazzo qualunque attraverso la voce di chi l’ha frequentato e amato. 
La scrittrice Joyce Carrol Oates, che non è esattamente di gusti facili, l’ha definito uno dei suoi libri preferiti dell’anno.

Sul sito della casa editrice Iperborea è possibile scaricare gratuitamente il primo capitolo per farsene un’idea (trovate il link qui). A me sono bastate queste pagine per desiderare subito di leggere il resto. 

lunedì 6 marzo 2017

LIBRI DA LEGGERE 1 - CIABATTI

Teresa Ciabatti
LA PIU’ AMATA
Mondadori 
Pagg. 218, 18 euro



Teresa Ciabatti è irrisolta, anaffettiva, inadeguata, sciatta, grassa, fallita. Lo dice lei stessa in “La più amata”, romanzo autobiografico strutturato come una suite in tre movimenti e un conciso finale, dal quale tutti i protagonisti, e in primo luogo l’autrice, escono a pezzi. 
Di questo libro si è già detto molto, subito. A una settimana dalla pubblicazione tutti i principali quotidiani ne hanno parlato in termini più che elogiativi e ancora a lungo se ne parlerà, perché si fanno insistenti le voci di una prossima candidatura allo Strega. In questo momento forse c’è ancora spazio per fare alcune considerazioni personali e quindi le  condivido prima che arrivi la valanga di tutte le altre.
La storia della famiglia Ciabatti è raccontata in tre fasi: la prima segue l’ascesa (inarrestabile) del padre Lorenzo (famiglia benestante, svariate proprietà immobiliari, studi negli Stati Uniti, nomina immediata al ruolo di primario a Orbetello). Per gli abitanti della zona il Professore è una figura mitologica che incute timore e rispetto. E la villa miliardaria con piscina che fa costruire ne è l’emblema più radioso.  
La seconda parte narra l’infanzia di Teresa trascorsa nel lusso assoluto, fino al confronto con le coetanee a scuola, quando da ragazzina si accorge che l’avvenenza fisica di alcune compagne è una forma di sicurezza e successo che a lei non è stata fornita. Ecco allora che sfoderare il proprio status sociale, la propria ricchezza, è il solo modo per riconquistare il ruolo di centralità che sente spettarle di diritto.
La terza parte è dedicata alla madre Francesca e al tracollo sociale che deriva dalla sua decisione di separarsi dal marito. 
“La più amata” è la storia di un’ossessione, quella di una figlia che ha perduto tutto (i genitori, la ricchezza, la sicurezza, l’autostima) e che vaga disperata fra le stanze del suo passato alla ricerca di una spiegazione: davvero il padre (fascista, faccendiere, amico di Licio Gelli, amante di molte donne o forse frocio) era stato travolto dai debiti e aveva dovuto vendere tutto? Davvero i conti all’estero sono stati prosciugati? O era vendicativo al punto da far sparire tutto pur di non lasciarlo alla moglie che aveva avuto l’ardire di abbandonarlo? E quindi far ricadere la colpa di lei su quella dei suoi stessi figli? O forse ancora ha voluto proteggerli dal rischio di chissà quali ritorsioni?
“La più amata” è una favola al contrario, è la trama di un arazzo vista dal retro: lo splendore del disegno è scomparso, restano fili e trame che rivelano solo il complesso intreccio. La bella vita era una promessa radiosa, la realtà ordinaria è uno schiaffo dal quale l’autrice non ha saputo riprendersi. 
Dico l’autrice per convenzione.
Quello che le recensioni che ho letto sinora hanno trascurato è che questo romanzo è una sorta di precipitato del discorso che Teresa Ciabatti da anni sta portando avanti sulla rete, attraverso la sua pagina Facebook e il blog “Persona cattiva” tenuto per diversi mesi sul sito di iodonna.it. La riflessioni sulla sua infanzia perduta, sulla sfacciata superiorità fisica mostrata dalle compagne ai tempi di scuola, sull’incapacità di accudire la propria figlia e la necessità di affidarla alle cure della tata moldava sono ben note a coloro che la seguono on line. Tempo fa, con un tono tra il surreale e l’accorato, la Ciabatti invitava gli amici virtuali a fare una colletta per raccogliere i 3 milioni di euro necessari per ricompare la villa della sua infanzia (“Possiamo farcela! Forza ragazzi!”). In una vertigine auto-fictional che non mi sembra abbia equivalenti nel nostro paese, la Teresa Ciabatti in rete era già (ed è ancora) la Teresa Ciabatti protagonista di questo libro, una figura letteraria ipertrofica che trasforma ogni aspetto della sua vita (l’assenza temporanea della tata, le difficoltà con il gestore telefonico, i rapporti a scuola con gli altri genitori) in momenti epici, fonti d’indignazione e di autoesaltazione. (Nel post di rientro dalle vacanze estive scriveva: “Sono tornata. Applausi”). 
In “La più amata” ritroviamo questa stessa figura che irride i compagni di classe  (“Mai mi era capitato di vedere tanti poveri tutti insieme. Questa è una scuola di poveri”), che si lamenta disperata per l’impossibilità di ottenere quello che desidera (“Una liposuzione, via il grasso, mi addormento cicciona, e mi risveglio magra e invece non si può, perché, dimmi perché”), che pensa a se stessa come autrice in termini fallimentari (“Riscopritemi postuma”). 

Non solo i confini tra autobiografia e fiction sono sfumati, ma anche tra materiali narrativi ed extra-narrativi, fra ciò che è dentro questo libro e ciò che è stato seminato fuori. Ed è questa intuizione meta-letteraria che mi fa pensare due cose: che Teresa Ciabatti in realtà non esista e che sia bravissima.

martedì 10 gennaio 2017

UNA LETTURA NON COME TANTE

Spesso in questo blog ho recensito libri, ma stavolta non voglio raccomandare un romanzo quanto raccontare un’esperienza di lettura, perché a volte leggere non è un piacere, un intrattenimento o uno strumento di approfondimento, ma è qualcosa di più complesso e completo, che supera (e integra) questi diversi aspetti.
L’esperienza è quella che ho vissuto affrontando “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara (pubblicato da Sellerio con una magnifica traduzione di Luca Briasco). 
Cominciamo dalla mole: il libro ha circa 1100 pagine. So che ci sono persone che amano particolarmente romanzi di ampie dimensioni, amano l’idea di “perdersi” dentro un libro. Io non sono fra queste. Quando un tomo è voluminoso tendo a metterlo in discussione: un libro di cinquecento pagine richiede un tempo che potrei dedicare a leggerne altri due o tre più brevi, quindi pondero molto accuratamente se ne valga la pena, e sono pronto ad abbandonarlo con maggiore rapidità se non mi convince. Figuriamoci quanto possa essere categorico con uno che supera le mille.  
Di questo libro avevo sentito parlare più volte in alcuni blog letterari americani che seguo e mi aveva suscitato una certo interesse, ma non avevo idea che sarebbe stato tradotto in italiano finché non l’ho trovato esposto fra le novità in una libreria. Sono state proprio le sue notevole dimensioni a farmelo notare e anche a fungere da deterrente. L’ho sfogliato e poi riappoggiato. Troppo, troppo lungo, mi sono detto. Ma il germe della curiosità già era in circolo. Nei giorni seguenti ho cominciato a notare riferimenti al libro sui social e nei giornali, ma ad aiutarmi a superare in maniera definitiva le mie resistenze sono stati i giudizi entusiastici di alcuni amici scrittori (Federica Manzon e Giorgio Fontana avete delle responsabilità in questo).  
Una mattina, complice un viaggio verso Roma, in una libreria della stazione l’ho comprato e l’ho iniziato subito in treno. Da lì non mi sono più fermato. 
Di “Una vita come tante” (titolo paradossale, non c’è nulla di comune nelle vite di cui parla il libro, soprattutto in quella del protagonista) è magistrale l’andamento, il percorso che l’autrice ha tracciato per il lettore, calibrando in maniera chirurgica il tipo di emozioni e coinvolgimento in grado di creare. Hanya Yanagihara mi ha letteralmente rapito e condotto dove voleva lei, talvolta contro la mia volontà. Bravissima. Implacabile. 
Cercherò ora di spiegar nel dettaglio come è avvenuto con l’impegno di non fare spoiler, se non sulla struttura del testo e anticipando quelle minime notizie sulla trama che già si trovano nelle varie recensioni che circolano.
Il romanzo inizia come la storia di quattro amici nella New York contemporanea. Nelle prime 150/200 pagine l’atmosfera e il tono sono dei tipici romanzi nordamericani contemporanei, la lettura è piacevole, la prosa dell’autrice è ricca ed elegante, anche se non particolarmente originale. Sino a qui sembra solo un bel libro. 
A questo punto, quando le personalità dei quattro sono bene delineate e il rapporto fra loro assodato agli occhi del lettore, ecco che il focus del romanzo si sposta progressivamente verso uno dei personaggi. Gli altri sono e restano presenti per il resto del volume, ma solo adesso il lettore comprende chi sia il vero protagonista, ed è il più fragile e complesso fra i quattro, quello della cui infanzia e giovinezza conosciamo meno, anzi di cui conosciamo poco o nulla. Il ritratto che ne esce è estremamente affascinante, un personaggio misterioso, tormentato, ma  che induce, tanto negli amici quanto nel lettore, un istinto di protezione e di grande affetto. 
Ci avviciniamo al centro del volume, la lettura si fa sempre più appassionante, difficile abbandonare il testo. A livello personale, mi accorgevo durante il giorno che il pensiero ogni tanto tornava ai personaggi del romanzo, che pregustavo con piacere l’idea di tornare a casa e potermi immergere di nuovo in quel mondo, fra quegli amici. Ogni sera volevo andare avanti, ancora dieci pagine poi spengo, ancora cinque e basta, giuro. 
Ed è a qui che Yanagihara, con una scelta sapiente e per certi versi perversa, sferza al lettore il colpo più duro. Tutte le domande che ci siamo posti sull’infanzia difficile del protagonista, tutti i dubbi, ci vengono svelati. E sono racconti terribili, di una crudeltà, di una violenza tale da lasciare senza fiato. Ora al piacere della lettura si è sostituito il dolore della lettura. Siamo giunti a un punto tale della storia che è impossibile interrompersi (ci siamo immersi fino al collo, non possiamo mollare qui, dobbiamo tenere duro e cercare di guadare questo fiume di sensazioni, dobbiamo trovare la forza di arrivare dall’altra parte, sperare di farcela), allo stesso tempo abbiamo la necessità di calibrare la sofferenza. 
Ci sono stati giorni in cui mi è servito del coraggio per riprendere la lettura. Per stasera basta, mi dicevo, di più non riesco. Chiudevo il volume e magari prendevo qualcosa di più leggero, una rivista, la biografia di un cantante pop lasciata a metà, qualcosa che mi distraesse e mi conciliasse il sonno, alleviandomi dal peso di quelle brutali confessioni. 
Dopo questa violenta e dettagliata parentesi l’autrice ci concede di nuovo respiro e dedica un’ampia fetta di narrazione alla maturità del protagonista. Il contesto è finalmente sereno, gli incubi del passato non sono e non possono essere sepolti ma l’amore e la protezione dell’ambiente familiare possono permettere un tentativo di assestamento. Il presente non fa più paura, una parvenza di felicità sembra possibile. 
Il lettore tuttavia non può scrollarsi di dosso il trauma di ciò che è venuto a sapere sul conto del protagonista. Procede con cautela, temendo che nuove ferite siano in agguato. Ed è con questo stato d’animo di sottile apprensione che si giunge al finale del volume, sul quale chiaramente non dirò nulla.
Dopo averlo terminato ho subito cercato in rete notizie su Hanya Yanagihara e ho scoperto che è una reazione comune: in più di una recensione sulle riviste letterarie on line americane gli stessi critici confessavano di essere divorati dalla curiosità verso l’autrice di un’opera monumentale e anomala come questa. In realtà, non c’è molto da sapere. La Yanagihara, statunitense di origine hawaiane, è una giornalista di viaggi, ha già un romanzo alle spalle e ha scritto questo secondo nel giro di soli 18 mesi, lavorandoci la sera e nei weekend in quello che lei stessa ha definito “uno stato quasi febbrile”. Il suo modello erano i romanzi classici ottocenteschi, dei quali il testo riprende le dimensioni e il respiro. L’unica osservazione degna di nota riguarda il rapporto con il suo editor, che ha cercato più di una volta di spingerla a ridurre o a perlomeno a rendere meno cruente le scene di violenza, ma su questo la scrittrice è stata irremovibile perché le riteneva essenziali.  
Ammetto di non aver mai letto nulla prima di altrettanto efficace nel rendere l’orrore fisico e psicologico degli abusi sui minori, nel mostrare l’ineluttabilità delle ferite emotive che ne conseguono.  
A causa della sua mole (ha le dimensioni di un mattone e il peso supera il chilo), “Una vita come tante” rappresenta l’esempio ideale di romanzo da leggere in ebook, una soluzione infinitamente più maneggevole e pratica. Invece io ho preferito la concretezza delle pagine stampate: la fatica di portare con me in giro, in borsa, nello zaino, questo oggetto pesante era parte dell’impegno di questa lettura totalizzante e anomala, che mi ha richiesto sforzi, e rinunce, e impegno, e lunghe riflessioni.  

Ho trovato il romanzo notevole, sebbene non privo di difetti, ma con una narrazione di queste dimensioni i giudizi non possono che essere complessi e stratificati, anche estremamente soggetti, tuttavia non importa: “Una vita come tante” mi ha ricordato che leggere è un’azione che comporta aspetti mentali, fisici, emotivi, filosofici. Erano anni che non provavo un’esperienza di lettura simile. Fosse anche solo per questo non posso che essere molto grato a Hanya Yanagihara. Erano 1100 pagine. Non mi sono mai pentito, una singola volta, di averle affrontate.